Universitá:
un problema o una risorsa?
Una voce fuori dal coro
Essi cercano sempre d'evadere dal buio esterno e interiore sognando sistemi talmente perfetti che piú nessuno avrebbe bisogno d'essere buono (T. S. Eliot)
Dopo mesi di annunci il Consiglio dei ministri ha licenziato la settimana scorsa un ambizioso disegno di legge di riforma dell´universitá. Il ddl, che sará presto presentato in Parlamento, detta misure in materia di governance, reclutamento e stato giuridico dei docenti e dei ricercatori, contabilitá, qualitá ed efficienza delle universitá, diritto allo studio. Un disegno di legge giustamente di ampio respiro, anche se, in molte parti, eccessivamente minuzioso. Dal momento che l´universitá italiana versa da anni in una situazione di stallo la proposta governativa, lungamente attesa dal mondo accademico, é stata salutata, di per sé, positivamente da gran parte dei protagonisti e dei commentatori, ad eccezione di quelli che sono contro per partito preso e di poche altre autorevoli voci. Da parte nostra, giá in tempi non sospetti, avevamo manifestato apprezzamento per le intenzioni espresse dal ministro Gelmini, segnalando tuttavia contestualmente l´esistenza di alcuni nodi da sciogliere. Da qui occorre ora riprendere la riflessione, perché, quei nodi sono ancora ben lontani dall´essere sciolti. Non si tratta innanzitutto di discutere i dettagli della riforma, ma la filosofia di fondo che ha ispirato il Governo (e lo ha condizionato fin nei dettagli). Il limite di questo disegno di legge é presto detto: dal momento che esso si fonda su una lettura parziale della realtá dei fatti le ricette che vi si propongono non sono una risposta adeguata ai problemi che si afferma di voler risolvere. Il punto di partenza di tutto l´impianto é noto (perché libercoli, giornali e televisioni ci hanno bombardato –fin quasi a convincercene– per piú di un anno): l´universitá italiana é un mondo di sprechi e privilegi, di baronie e di corruzione. Ovvio che, se questa é la premessa, lo svolgimento della riforma sará tutto nel senso di eliminare, o almeno limitare, sprechi, privilegi, baronie e corruzione per evitare – questo é l´unico punto veramente qualificante l´impianto della riforma –inefficienze nell´uso del denaro pubblico, soprattutto in tempo di crisi economica. Non é che si tratti di un obiettivo sbagliato (é anzi un obiettivo sacrosanto), solo che rappresenta appena una parte del problema. Se l´ansia di contenimento di spesa pubblica diventa invece l´unica lente con cui interpretare tutto si finisce per ridurre l´Universitá a una questione da ragionieri, si enfatizzano esclusivamente gli aspetti di malcostume, si costrui- sce un sistema talmente perfetto (sulla carta) da non avere bisogno della libertá degli uomini. Col rischio di concepire un disegno contraddittorio e soffocante.
Cosí per esempio, la valutazione (a tutti i livelli: degli atenei, dei docenti, degli studenti, ecc.) piuttosto che assumere una funzione premiante, diventa uno strumento punitivo; il finanziamento, invece di considerare l´adeguatezza o meno della contribuzione studentesca, il come attrarre maggiori capitali privati, come ripensare le modalitá di distribuzione delle risorse pubbliche in funzione di specifici obiettivi, diventa solo un problema di risparmio; il tema della governance diventa un rimescolamento di carte che non si sa bene che effetti produrrá e anche il reclutamento –che, almeno in taluni aspetti, é forse la parte migliore del ddl –finisce per essere un meccanismo magari meno imperfetto di altri, ma pur sempre aggirabile. Forse la situazione dell´universitá italiana é un po´ diversa e piú articolata di come la descrivono certi giornalisti d´assalto e taluni opinionisti á la carte ed in questa complessitá, tra l´altro, rientra anche il ruolo giocato dal "regolatore" di sistema, cioé il Ministero (cui va addebitata, sia detto tra parentesi, una buona fetta di (ir)responsabilitá: solo a titolo esemplificativo, si pensi all´istituzione di ben 11 universitá telematiche tra il 2004 e il 2006). In questi mesi alcuni studiosi hanno provato a fornire un quadro maggiormente obiettivo della situazione, senza nascondere i limiti, ma anche evidenziando i pregi della nostra accademia in paragone con le altre universitá europee. Tutti hanno richiamato la differenziazione come parola chiave per un vero cambiamento, ma la loro voce é rimasta inascoltata. Ora tocca al Parlamento e puó essere un´occasione preziosa, se non prevarranno logiche lobbistiche, per rimettere positivamente l´universitá al centro del dibattito. In questo senso ha ragione il Prof. Decleva, presidente della CRUI, quando dice che si tratta di un´occasione piú unica che rara "per chi ha davvero a cuore il recupero e il rilancio dell´universitá italiana". Ma la virtú non si impone per legge e il coraggio di cambiare porta con sé la necessitá di investire in tutti i sensi e di fornire incentivi veri affinché ciascuno –docenti, studenti, comunitá accademiche, ministero –sia spinto a fare del proprio meglio. Un vero cambiamento é possibile solo riscoprendo un criterio ideale che si declina operativamente nelle parole differenziazione, incentivi, investimenti. Il resto é pura propaganda.
CLDS – Coordinamento Liste per il Diritto allo Studio
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